laragazzachepreferivasognare

Era un venerdì, come un altro, di scuola. Entrai in classe e mi misi al mio banco. Ultimo banco, fila centrale, posto a sinistra. Lanciai la borsa e mi sedetti al mio posto. Nervosa come al solito. Per fortuna la mia compagna di banco non c’era ed io ero sola. Mi legai i capelli, ed entrò la prof in classe. Venerdì, prime due ore, arte. Nervosa anche lei, gettò la borsa, tiro fuori il registro, e senza pensarci interrogò la prima dell’elenco. Io, ovviamente. Mi chiese tutto il programma, l’interrogazione durò un’ora e mezza. Mi chiese dal neoclassicismo all’arte concettuale. Dall’800 al 2006. Parlai di tutto, neoclassicismo, realismo, impressionismo, cubismo, astrattismo, futurismo. Tutto. Finì l’interrogazione al suono della campanella. Tutti uscirono in corridoio e lei mi trattenne. Mi disse il voto, ed io ero felice di essere andata bene nonostante non avessi aperto un libro. All’ora dopo avrei dovuto fare lettere, ma la prof di arte domandò se poteva tenermi con lei per un’ora in un’altra classe. Interrogò un ragazzo. Si chiamava Marco. A lui chiese esattamente ciò che aveva chiesto a me un attimo prima. E lui rispose a tono facendo collegamenti meravigliosi con la letteratura e la filosofia. Simili a quelli che avevo fatto io. Rimasi colpita da questo e mi chiesi perché la prof avesse voluto farmi assistere all’interrogazione. Tornai nella mia classe e provai a seguire le altre lezioni che mancavano. Ma pensavo soltanto a lui. Ai suoi occhi, ai suoi capelli, al suo modo di gesticolare gestendo l’ansia. Pensai a lui, e vidi me. La bella copia di me. Il pomeriggio sarei dovuta andare alla Feltrinelli a comprare un libro. Non avevo idea di quale prendere. Stavo leggendo le trame di quelli il cui titolo mi attraeva. Ad un certo punto sento dei passi ed una mano mi tocca la spalla. Mi volto ed era lui. Era Marco. Aveva gli occhi più belli che io avessi mai visto. Non disse nulla. Mi guardò e mi diede un libro. Ed uscì insieme a me dalla libreria. Mi abbracciò, e se ne andò via. Non disse nemmeno una parola. Ma io, con quel suo abbraccio, ero stata investita da una folata di parole giuste. Parole che aiutano. Tornai a casa chiedendomi perché lo avesse fatto. Non ci conoscevamo praticamente io e lui. Eppure, con quei gesti, mi sembrava di conoscerlo da una vita. Mi misi sul divano, con le cuffie nelle orecchie come al solito, ed aprii il libro.
Lo lessi tutto insieme, senza interruzioni. Era un libro bellissimo. Sottolineai tutte le frasi che mi piacevano, come al mio solito. Arrivata all’ultima pagina c’era una lettera. Io ero molto perplessa. La aprì e cominciai a leggere: “Cara Alice, probabilmente penserai che io sia pazzo. Sto facendo qualcosa per una persona che quasi non conosco. Ma che trovo bellissima. Forse è questa la cosa più difficile da credere. Che io possa trovarti bellissima. Pensa un pò, sono innamorato di te dalla prima volta che ti ho visto. Ma non mi sono innamorato del tuo fisico, non mi sono innamorato delle tue gambe o della tua pancia, e nemmeno del tuo viso e dei tuoi capelli. Mi sono innamorato dei tuoi occhi. Di quegli occhi in cui io vedo il mare, l’infinito, anche se non sono azzurri. Quegli occhi che sono sempre coperti dal trucco. Quegli occhi che sono tristi, spenti. E lo sai anche tu. Forse meglio di me. Non sai che quegli occhi uccidono. Quegli occhi cambiano la vita. Perché sono bellissimi, ma vuoti. Proprio come te. E non mi interessa se tu li odi. Non mi interessa che tu per non far vedere la tristezza ti trucchi. Non mi interessa. Mi interessi tu, Alice. Quella ragazza che non si sente mai abbastanza, mai giusta. Che aiuta tutti tranne sé stessa. La guardi e dici: “Oh, si quella ragazza è felice ed ottimista.” Nessuno sa che stai fingendo in tutto. Fingi nel modo di vestire, nel modo di parlare. Fingi. Io non ho capito che persona sei. E credo nemmeno tu. Ma io non voglio capire chi sei, il mio obbiettivo è un altro. Renderti felice.”

Non mi misi a piangere. Io non sono un tipo da lacrime. Ma dentro di me scattò qualcosa. Presi il motorino di mio fratello e cercai Marco in giro per il quartiere. Era seduto su una panchina. Davanti alla libreria. Quando mi vide mi abbracciò senza parlare. Quegli abbracci, cazzo. Quegli abbracci mi spiazzavano. Tutte le certezze che avevo crollavano con me. Che mi sentivo in lui protetta, diciamo. Gli chiesi di andare a prendere un gelato per parlare. Lui accettò senza pensarci. Parlammo, per la prima volta. Io sentii la sua voce. L’avevo sentita solo in quell’interrogazione. Ed era la voce più bella che avessi mai sentito. Ci sedemmo su di una panchina. Io non so cosa volevo. Non lo so. Sentivo solo che gli avrei fatto del male, come al mio solito. Glielo dissi. Gli dissi che lui si meritava di più, e meritava una persona che lo potesse rendere felice. Ed io purtroppo non ho queste capacità. Lo abbracciai. Ma nel mio abbraccio non c’era quella sicurezza che aveva lui. Nel mio abbraccio c’era vulnerabilità e fragilità. Ci alzammo, lui mi prese la mano, e continuammo a parlare. La sua espressione era sempre la stessa. Sorrideva. Stavo per piangere perché lo stavo rifiutando. Dentro di me lo stavo rifiutando. Lui meritava di meglio. Ed io meglio non so essere. Crollai. Iniziai a piangere. Non so neanche io perché. Lui mi abbracciò e non disse nulla. Io non parlai. Ed iniziò a parlare lui. Parlare. Disse una frase. Una sola. “Non c’è bisogno che parli gli occhi raccontano” Io smisi di piangere. Lui mi guardò negli occhi. Non mi abbracciò. Prese a camminare mentre io ero su un muretto. Se ne stava andando. Io non sapevo cosa fare. Avevo capito che in quel momento aveva letto nei miei occhi la guerra che c’era dentro di me per lui. Non feci nulla. Se non andarmelo a prendere. Lo ricorsi. Mi misi davanti a lui. Lui si mise a ridere, con quel sorriso perfetto che aveva. Rise, e poi mi baciò. Mi prese un braccio e mi baciò. Riuscì a far tacere la guerra per lui. Sapevo che gli avrei fatto del male però. Io faccio sempre del male. Non disse niente. Salì sulla mia moto. Ma non lo portai a casa. Andammo al mare. Il libro che mi aveva dato era ‘Oceano Mare’ di Baricco. In quel momento. Con lui. Mi sono sentita come il mare. Ed attraverso il mare, mi sono sentita. In quel libro, verso la fine, parla degli occhi del mare in senso metaforico. Credo di averli trovati gli occhi del mare. I suoi occhi. I miei occhi. Gli occhi di ognuno di noi. Il mare lo può vedere chiunque. Magari da una spiaggia o, magari, negli occhi di un altro. La storia tra me e Marco era così. Ricerca dell’uno e dell’altro. Ed il nostro obbiettivo era sempre lo stesso: la felicità.